L’insostenibile leggerezza del welfare: la verità che nessuno vuole ammettere (Milei a parte)

C’è un tabù che attraversa silenzioso i salotti della politica europea, un elefante nella stanza che tutti vedono ma che quasi nessuno ha il coraggio di nominare. Lo chiamano Stato sociale, e per decenni è stato il fiore all’occhiello delle democrazie occidentali. Oggi, quel fiore appassisce sotto il peso di numeri che non tornano più. L’unico a dirlo ad alta voce, con la brutalità di un chirurgo senza anestesia, è Javier Milei. Ma al di là della sua provocazione, la realtà è implacabile: il welfare così come lo conosciamo non è più sostenibile, e la sinistra come la destra tradizionale continuano a fingere che non sia così.


Il baratro demografico


I numeri parlano un linguaggio che non ammette fraintendimenti. L’Europa sta invecchiando a un ritmo impressionante. Oggi, più di un cittadino europeo su cinque ha più di 65 anni, e questo gruppo è destinato a crescere da 97 milioni nel 2024 a quasi 130 milioni entro il 2050 . Il rapporto tra chi lavora e chi percepisce pensioni e prestazioni sociali si è capovolto. Il modello classico del welfare, costruito per un’epoca di lavori stabili, carriere lineari e pensioni prevedibili, si scontra con una realtà fatta di lavoro precario, part-time e freelance . Le persone contribuiscono meno e per meno anni, mentre il sistema deve sostenere un numero crescente di cittadini per periodi sempre più lunghi. È un’equazione che non regge.


Eppure, il dibattito politico rimane prigioniero di una retorica che oppone sacrosanti diritti acquisiti a presunti tagli barbari. In Italia, la spesa pubblica per le pensioni ammonta a circa il 16 per cento del PIL, tra i livelli più alti dell’eurozona . Le risorse destinate a sanità e istruzione, invece, sono inferiori alla media europea . Con un debito pubblico al 135 per cento del PIL, la margine di manovra è virtualmente inesistente . Eppure, quando la Banca d’Italia mette nero su bianco questi dati, la politica reagisce con l’indignazione di chi viene accusato di voler smantellare un diritto sacro.


Perversi meccanismi di incentivazione


Il problema non è solo quantitativo, ma qualitativo. Il sistema di welfare, nelle sue attuali configurazioni, genera distorsioni che finiscono per punire il merito e premiare l’assistenzialismo . Quando il prelievo fiscale sulle fasce più produttive supera una certa soglia, si scoraggia l’investimento e il talento. Perché impegnarsi, rischiare e produrre, se gran parte del frutto del proprio lavoro viene redistribuito in modo inefficiente?


Ancora più grave è il paradosso per cui, in nome della solidarietà, si finisce per creare trappole di dipendenza. In molti casi, il sistema dei sussidi da soluzione temporanea si trasforma in un vincolo permanente tra cittadino e Stato, distorcendo la distribuzione delle risorse e frenando la competitività . È una verità scomoda che emerge anche dai dati: la spesa assistenziale in Italia è cresciuta del 128 per cento in sedici anni, superando i 180 miliardi di euro, senza che ciò abbia ridotto significativamente la povertà .


La Germania, tradizionale motore economico europeo, offre un esempio lampante di questa crisi silenziosa. Il cancelliere Friedrich Merz ha recentemente dichiarato che lo Stato sociale "così come lo conosciamo oggi non può più essere finanziato con ciò che possiamo permetterci economicamente" . Le parole pesano, e ancora di più pesano i numeri che le accompagnano: un’economia tedesca in contrazione per due anni consecutivi, una spesa sociale esplosa oltre i 47 miliardi di euro, e una crescita del PIL di appena l’1,6 per cento dal 2017 . Eppure, nel momento stesso in cui Merz pronuncia queste parole, il suo vicecancelliere socialdemocratico risponde invocando… un aumento delle tasse sui redditi più alti . Esattamente la ricetta che ha contribuito a creare il problema.


L’esperimento Milei: crudo e controverso


Javier Milei ha fatto dell’attacco al welfare il cavallo di battaglia della sua presidenza argentina. La sua critica è radicale: lo Stato sociale è una "tassa che il merito paga all’invidia" . Con la brutalità che lo caratterizza, ha ridotto drasticamente la spesa pubblica, tagliato ministeri, bloccato le pensioni e azzerato gli investimenti in opere pubbliche . I dati raccontano un quadro drammatico: la povertà è salita al 52,9 per cento nei primi sei mesi del suo mandato , la pensione minima non copre che un terzo della canasta básica , e ottecentomila anziani hanno perso la copertura dei farmaci . I sindacati denunciano una distruzione del tessuto sociale senza precedenti .


Ma c’è un’altra verità, che i critici di Milei faticano ad accettare: dopo l’urto iniziale, la povertà ha iniziato a diminuire in modo significativo . L’inflazione è scesa e l’economia ha mostrato segni di ripresa. Questo non significa che il modello Milei sia desiderabile o esportabile. Significa, piuttosto, che l’equilibrio tra protezione sociale e sostenibilità fiscale è terribilmente complesso, e che negare l’esistenza del problema non è una soluzione.


L’ipocrisia collettiva


Il sondaggio più recente fotografa l’ambivalenza dell’opinione pubblica: il 61 per cento degli italiani ritiene necessaria una riforma radicale del welfare, ma solo il 15 per cento accetta l’idea di tagli generalizzati . La maggioranza vorrebbe tagliare solo i "privilegi" altrui, mantenendo intatti i propri benefici. È un atteggiamento comprensibile, ma è esattamente questo il nodo che blocca ogni riforma seria. Il sistema è diventato opaco, con confini labili tra previdenza e assistenza. Come ha sottolineato Federmanager, "i privilegi non sono nelle pensioni di chi ha versato i contributi, ma si annidano in quel 40 per cento di prestazioni assistite dallo Stato" .


Il risultato è un sistema che non protegge più i più deboli come dovrebbe, ma che allo stesso tempo grava in modo insopportabile su chi produce. La progressività fiscale, in Italia, grava quasi esclusivamente su dipendenti e pensionati: il 20 per cento della popolazione sostiene l’80 per cento del carico IRPEF . Questo non è equità, è una forma di redistribuzione che scoraggia l’impegno e alimenta il sommerso.


Oltre il negazionismo


La verità che nessuno vuole ammettere è che il welfare, nella sua forma attuale, è una macchina che sta divorando le risorse del futuro. Ogni anno che passa senza riforme strutturali, il buco si allarga e le generazioni più giovani si ritrovano a pagare un conto che non hanno contribuito a creare. Non si tratta di smantellare la protezione sociale, ma di ripensarla radicalmente: separare previdenza e assistenza, razionalizzare la spesa, introdurre meccanismi che incentivino il lavoro e non la dipendenza, investire in prevenzione sanitaria e politiche per i giovani .


Ma finché il dibattito pubblico sarà prigioniero di una retorica che oppone "difensori dei diritti" e "fautori dei tagli", qualsiasi riforma seria sarà impossibile. Milei ha avuto il merito, per quanto controverso, di spezzare questo schema e porre la domanda che nessuno voleva sentire. Forse è giunto il momento di smettere di insultarlo e iniziare a chiedersi se, in qualche punto, non avesse ragione.